ARMANDO HALUPCA (1930-2022), ritornato alla Casa del Padre dopo lunga malattia, avrebbe compiuto 92 anni il 3 dicembre, proprio il giorno dell’uscita di questo nostro numero della Rivista. La sua fu una vita dedicata con passione alla Speleologia e in particolare alla speleologia urbana, di cui fu un precursore fin dall’inizio degli anni ’80, quando questa disciplina non aveva ancora fatto capolino a livello nazionale. Assieme agli amici della Società Adriatica di Speleologia fondò la storica Sezione di Speleologia Urbana, che guidò infaticabilmente e con entusiasmo contagioso per molti anni in quegli anni d’oro dell’associazionismo speleologico, mantenendo i contatti con le autorità e i proprietari dei siti privati da esplorare e catalogare come un patrimonio comune. In lunghi anni di appassionata attività si riuscì a mappare la Trieste sotterranea portando alla luce dopo molti decenni di oblio alcuni tra i più importanti siti sotterranei che oggi fanno parte in un certo senso del patrimonio comune cittadino: i sotterranei del castello di San Giusto già indagati a suo tempo dal giovane Diego de Henriquez, l’acquedotto Teresiano di San Giovanni con le gallerie d’acqua d’epoca austroungarica, l’importante reticolo di torrenti coperti del borgo franceschino, i bunker tedeschi della seconda guerra mondiale tra cui la famosa “Kleine Berlin” con la via di fuga utilizzata dal criminale nazista Globocnik per allontanarsi dalla città, oggi egregiamente valorizzata dal Club Alpinistico Triestino, e naturalmente i Sotterranei dei gesuiti sotto la chiesa di Santa Maria Maggiore, la “perla nera” del sottosuolo cittadino su cui ruotano i racconti legati ai misteri dell’Inquisizione e le famigerate carceri che ospitarono molti delinquenti comuni, o prigionieri illustri come Oberdank e altri irredentisti braccati dalla polizia politica.

Diede infatti sempre la massima importanza alla ricerca storica e alla ricerca diretta sul campo, senza dimenticare il fascino del mistero che lo appassionava personalmente e si concentrò sulla divulgazione dell’avanzamento delle esplorazioni nel sottosuolo urbano cittadino, sia con una rigorosa documentazione fotografica, sia con una costante collaborazione con giornalisti della carta stampata e più tardi con quelli delle emittenti locali. Gran parte del suo tempo libero lo passò ad allestire dei percorsi fruibili ai cittadini per valorizzare i sotterranei della città. Sua l’idea di realizzare una sezione espositiva all’interno dello Speleovivarium di via Reni e la grande Mappa dei Sotterranei cittadini che uscì in varie edizioni. Assieme al figlio Enrico Halupca e a Paolo Guglia fu l’anima ispiratrice dei molteplici volumi che a partire dal 1988 fecero conoscere ad un pubblico più vasto i segreti dei sotterranei della città, via via arricchiti nelle edizioni successive con materiali inediti e sempre nuove scoperte. (I sotterranei di Trieste – indagine ed esplorazioni (Italo Svevo 1988), Sotterranei della città di Trieste (Lint 2001), Trieste sotterranea (Lint Editoriale 2010), Sotterranei di Trieste (Biblioteca de Il Piccolo 2010), i due volumi illustrati “Alla scoperta dei sotterranei di Trieste (Luglio Editore 2018).

Tra le sue pubblicazioni di maggior successo vi è anche il long seller “Trieste nascosta” lavoro fatto con l’amico Leone Veronese, in cui “inevitabilmente” rientrarono molte schede sulle molte curiosità emerse durante molti anni di esplorazioni di speleologia urbana.

Per quanto riguarda la speleologia tradizionale in ambiente carsico amava documentare le sue esplorazioni con gli scatti su pellicola di una Rolleiflex biottica spesso illuminando le grandi caverne con i lampi al magnesio, come si faceva una volta prima dell’avvento del digitale, costituendo un archivio fotografico speleologico di tutto rispetto che oggi varrebbe sicuramente la pena venisse valorizzato da una fototeca comunale. Amante del Timavo sotterraneo come tutti gli speleologi triestini “d.o.c.”, fu ispiratore (assieme ad Erwin Pichl, Sergio Dambrosi e altri soci) della realizzazione nell’Abisso di Trebiciano della “Ferrata Adriatica” di cui coniò il nome in onore della Società di appartenenza, convincendo personalmente gli sponsor per l’acquisto delle scalette metalliche fisse e progettando staffe e serramenti che ancora oggi permettono alle nuove generazioni di scendere nella grotta in tutta sicurezza.

Tra le foto speleologiche di cui Armando Halupca andò sempre fiero ci furono 2 particolarmente significative: la copertina della ristampa del “Duemila Grotte” con la sua vecchia lampada a carburo “Stella” in primo piano appoggiata a un vecchissimo rotolo di scale di corda presso il pozzo della Grotta delle Torri di Slivia e il famoso scatto del ponte sul Timavo sotterraneo delle Grotte di San Canziano (1986).

Quest’ultima foto divenne il manifesto pubblicitario delle Grotte di San Canziano alla fine degli anni ’80 rimanendo in uso per qualche decennio. Quello scatto, difficilissimo da realizzare in diapositiva a colori dopo un appostamento delle luci di mezza giornata di lavoro, fu fatto per una grande campagna fotografica progettata ad hoc per le guide e cartoline dell’editore Fachin, e venendo allegata ai dossier portati alla commissione internazionale dell’Unesco nel 1986 ebbe il merito di illustrare ai giudici commissari la meraviglia di quel sito. Forse grazie anche a quelle foto in quell’anno finalmente la candidatura di Skocian venne accettata e le Grotte del Timavo sotterraneo furono finalmente inserite nella lista del patrimonio mondiale naturale e culturale dell’UNESCO.

Grazie Armando, un esempio di freschezza e entusiasmo per tutti gli speleologi di Trieste che come per i veri Maestri non andrà dimenticata! (tratto da: Cronache Ipogee, n. 11/2022)

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